“Mangia ora, ospite, questa è roba da servi, porchetti.
I porci ingrassati se li divorano i pretendenti,
senza riguardo all’occhio dei numi, senza misericordia.”
Omero, Odissea

I tre giovani artisti che compongono il collettivo auroraMeccanica hanno da tempo abituato
il proprio pubblico all’interazione e alla pro-attività. Con Salsiccia d’artista tuttavia questo
intento si massimizza e alimenta (letteralmente) la curiosità dei fruitori che con ironia
partecipano della performance, permettendone la realizzazione.

Quella che a uno sguardo superficiale potrebbe sembrare una provocazione contiene in sé
una serie di sottotesti che rendono il gesto di auroraMeccanica ricco di spunti di riflessione
evocativi e confermano il trio come una delle giovani voci più consapevoli e preparate
del panorama nazionale. Esperti nel cogliere la sfida posta dall’indagine che la relazione
artista-opera-fruitore pone, in una complessità ricorsiva che si autoalimenta, gli artisti
realizzano un evento che altro non è se non un pretesto per sperimentare una nuova,
ravvicinata, relazione con il pubblico. Con ironia organizzano un momento di convivialità
e apparente divertimento per esprimere invece una feroce critica al sistema dell’arte
contemporanea, denunciandone contrasti e debolezze.

Nel mondo dell’entertainment, nella contemporaneità che consacra la presunta
onnipresenza dell’arte e del consumo sfrenato, Salsiccia d’artista si colloca a metà
strada tra la performance che suscita disappunto e la realizzazione del ready made.
Come teorizzato da Marcel Duchamp, soltanto il lavoro dell’artista consacra l’oggetto
comune a opera d’arte. A lui il compito di individuare la “cosa” da riqualificare per isolarla
dal contesto originario e renderla “arte”. Affinché questa trasformazione abbia senso è
necessario tuttavia il con-senso del pubblico, ovvero il riconoscimento del ruolo stesso
dell’artista. Ebbene, chi definisce il ruolo dell’artista? Chi può decretarlo? All’annosa
domanda l’happening di auroraMeccanica risponde dando lo scettro al pubblico stesso
che, collaborando alla serata, è l’unico in grado di sancire il ruolo dell’artista, ideatore e
fautore dell’irriverente messa in scena.

In una performance che pone l’accento sul consumo dell’arte contemporanea, sul mercato
che ne definisce le regole e sul ruolo degli attori che vi partecipano, auroraMeccanica
mette all’ingrasso il proprio fruitore e allestisce una catena di montaggio il cui prodotto
seriale è composto da due semplici elementi: il pane e la carne.
Il pane, per eccellenza reliquia e corpo, permette il contatto con l’opera rinnovando la
partecipazione del pubblico in una comunione laica che eleva lo spettatore e lo rende
protagonista della performance. Chiunque mangi l’opera diviene, esso stesso, un’opera,
un’installazione vivente, la parte di un orizzonte cosmologico sensoriale.
La carne (che di per sé rimanda a evidenti simbolismi e al teatro d’azione di Hermann
Nitsch) è però una carne povera, grassa, gustosa; un budello animale riempito di
un miscuglio di carni tritate. D’uso già tra i romani e i longobardi, la salsiccia è per
consuetudine la carne delle fiere, delle sagre paesane, dei porcari ai bordi delle arterie del

traffico notturno cittadino. È ciò che resta, ciò che “non si butta via”, lo scarto. È l’artista-
maiale sempre più spesso allevato per essere triturato e fagocitato dal sistema.

Il gesto provocatorio di auroraMeccanica si carica pertanto di profonde valenze
simboliche.
Da un lato, l’opera d’arte perde la propria autoreferenzialità, si nutre (e a sua volta nutre,
letteralmente) della relazione, del consumo, del giudizio del singolo.
Il gesto della preparazione e del consumo del cibo, l’odore della carne, l’atto del bere
sanciscono una rinnovata sacralità legata alle tradizioni della nostra storia. Il cibo è
nutrimento, ma anche identità, memoria, condivisione. Mangiare e raccontare sono due
azioni inscindibili che insieme costituiscono l’atto primordiale che sta alla base dello
scambio e della crescita.
Dall’altro canto, il panorama nel quale i performer si muovono diventa una sagra di paese
che ambisce a essere una sfilata elegante, un mercato rionale travestito da fiera, una festa
tanto pop quanto radical chic. È un organismo intossicato, avvelenato; è un predatore
che divora – ponendoli nello stesso piatto – le idee, i giovani artisti e i fruitori allestendo
pantagruelici pasti destinati a saziare un’ingordigia triviale. Per sostenersi il mostro
dell’arte contemporanea ha bisogno di sempre più numerosi commensali che, insaziabili
cafoni ben vestiti, si avventano voracemente sul pasto offerto da galleristi e istituzioni.
Come in un inferno medievale dipinto da Hieronymus Bosch e descritto da Dante – “Qui
staranno come porci in brago” (Inferno VIII 50) – i fruitori attendono, impazienti, che il
pasto venga gettato nel trogolo. I potenti del sistema, travestiti da camerieri, si vantano
di possedere “scuderie di giovani artisti” che celano in realtà l’esistenza di allevamenti
intensivi il cui commercio non è sostenibile dal punto di vista economico, tantomeno da
quello etico.
La performance di auroraMeccanica diventa così una presa di coscienza che denuncia un
sistema malato, uno sberluccicante luna park nel quale Mangiafuoco tira i fili di numerosi
burattini che, incuranti di essere manovrati, si beano di essere i protagonisti del teatrino.

Susanna Sara Mandìce